Il protocollo d’intesa firmato tra l’iwi Ngāti Paoa e il Ministero della Cultura restituisce un ordine umano a ciò che la terra restituisce. Questi oggetti, definiti taonga tūturu, sono tesori che portano con sé l'impronta di chi li ha modellati secoli fa. L'accordo stabilisce che, al momento di ogni nuovo ritrovamento nel territorio della tribù, i discendenti siano i primi a esserne informati, diventando i custodi legali e spirituali del pezzo prima ancora che intervengano le istituzioni museali.
Non si tratta di una semplice procedura amministrativa, ma di un atto di ricongiungimento. Fino a oggi, la legge imponeva che ogni reperto affiorato dal fango o dalle radici di un albero caduto venisse consegnato alle autorità entro ventotto giorni, finendo spesso in celle frigorifere asettiche per arrestarne il deterioramento. Ora, il legame di sangue e di terra tra l’oggetto e la comunità viene riconosciuto come il principio cardine della conservazione.
La storia di questi ritrovamenti è spesso umile e casuale. Un cane che scava sulla spiaggia dopo una mareggiata, i lavori per una conduttura idrica, l’erosione lenta dei fiumi: è così che la terra parla. Spesso affiorano toki, asce in pietra utilizzate per scolpire le grandi canoe, o piccoli ornamenti in pounamu, la giada preziosa che conserva ancora il calore del tocco umano.
Attraverso questo protocollo, la comunità di Ngāti Paoa non riceve solo un diritto di notifica, ma la responsabilità di decidere dove e come questi oggetti debbano riposare. È il superamento di una visione che considerava il reperto una proprietà dello Stato, per tornare a vederlo come un membro della famiglia che torna a casa dopo un lungo viaggio nell’oscurità del suolo.