Il progetto, che ha ricevuto il primo premio per l'innovazione educativa il 15 aprile 2026 a Madrid, nasce da una necessità urgente che attraversa i paesaggi boliviani. Sotto la guida dei loro insegnanti, gli studenti hanno scelto di affrontare il tema della contaminazione idrica, un nemico invisibile che avvelena i fiumi con residui minerari, arsenico e piombo. Invece di limitarsi ai libri di testo, hanno cercato nella terra stessa il linguaggio per esprimere il disagio delle loro comunità.
L'uso della ceramica non è stato casuale. Nelle culture andine, l'argilla è da sempre il supporto su cui si incide la storia; qui, è diventata lo strumento per unire studenti udenti e non udenti. La Lingua dei Segni Boliviana (LSB), riconosciuta ufficialmente dallo Stato nel 2009, è diventata il ponte metodologico: ogni segno, ogni pressione delle dita sul fango, ha contribuito alla creazione di un murale collettivo che oggi sorge come una testimonianza tangibile del legame tra la scuola e il territorio.
La giuria di Madrid, presieduta dal Segretario Generale della OEI Mariano Jabonero, ha riconosciuto in questa pratica qualcosa che va oltre la semplice didattica. È la capacità di unire la creatività metodologica alla responsabilità civile. Il murale non è solo un'opera d'arte, ma un atto di cittadinanza: rende visibile il problema dei metalli pesanti che minacciano bacini come quello del fiume Pilcomayo o del lago Poopó, portando la voce di chi spesso non viene ascoltato fin dentro il cuore delle istituzioni.
Mentre i secondi premi venivano assegnati a progetti in Messico e Paraguay, l'esperienza boliviana è rimasta impressa per la sua semplicità universale. In un momento di silenziosa concentrazione, la scuola ha dimostrato che l'inclusione non è un concetto astratto da protocollo, ma il gesto concreto di una mano che aiuta un'altra mano a dare forma a un'idea comune.