Il rito inizia con un gesto muto: ogni donna formula un desiderio e stringe un piccolo nodo nel lembo del proprio velo o della veste, imprigionando il pensiero nella stoffa. È la Bouqala, un'usanza che da secoli accompagna le notti del Ramadan in Algeria, trasformando la divinazione in un atto di confidenza collettiva. Una donna esperta, custode della memoria orale della comunità, recita i fal, brevi componimenti in rima che parlano di amori distanti, di sposi che attraversano il mare o di fortune attese tra le mura della Casbah.

Mentre i versi risuonano con ritmo cadenzato, una ragazza giovane, i cui occhi non hanno ancora visto le amarezze della vita, infila la mano nella brocca coperta da un panno. Ne estrae un oggetto a caso — un orecchino, un bracciale, una spilla — e in quel preciso istante la poesia appena pronunciata diventa la sorte di colei che possiede quel monile. Il legame tra la parola e la persona si compie così, in una combinazione di caso e speranza che attraversa le generazioni.

Nata nei vicoli della vecchia Algeri, questa forma di poesia popolare ha dimostrato una resilienza silenziosa. Durante gli anni della guerra d'indipendenza, i versi si caricarono di nuovi significati, parlando di figli prigionieri o di fratelli in esilio, adattando il linguaggio del desiderio a quello della resistenza. Anche oggi, nell'era della comunicazione istantanea, il rito non si è spento: sebbene i versi viaggino talvolta attraverso i telefoni cellulari, il gesto di riunirsi dopo l'iftar rimane un ancoraggio necessario.

L'importanza della Al-Buqala non risiede nella precisione della profezia, ma nel calore dell'ascolto. In un mondo che corre verso l'esterno, queste donne scelgono di volgersi verso l'interno, affidando le proprie ansie a una rima e a un vaso d'argilla, ritrovando nella voce della più anziana tra loro il filo ininterrotto di una storia comune.