Per generazioni, l'albero di ojushte, il Brosimum alicastrum, ha lasciato cadere i suoi frutti nel silenzio delle foreste di El Salvador. Eppure, questo seme era stato per secoli il pane dei Maya, una risorsa capace di resistere alla siccità più feroce quando il mais appassiva sotto il sole. La sua scomparsa non fu un caso della natura, ma una scelta dettata dalla paura: dopo il massacro contadino del 1932, consumare i cibi tradizionali divenne un segno d'identità pericoloso, un marchio che poteva costare la vita. Le popolazioni indigene impararono a tacere e a cambiare dieta per sopravvivere, lasciando che l'ojushte marcisse a terra.

Oggi, la mano di un giovane cuoco e la tenacia delle donne del Proyecto Mana Ojushte hanno trasformato quel trauma in una nuova forma di cura. Da oltre un decennio, queste cooperative raccolgono, lavano e cucinano il seme con la cenere, seguendo un rituale che è al contempo chimica e memoria. Pablo Henríquez ha saputo vedere oltre la sussistenza, portando l'ojushte nelle cucine gourmet sotto forma di pane, salse e piatti complessi, dimostrando che la dignità di un popolo passa anche attraverso il recupero dei propri sapori originali.

Una resilienza che affonda le radici nel tempo

Mentre i cambiamenti climatici rendono incerti i raccolti tradizionali, l'ojushte si offre come una risposta silenziosa e potente. L'albero rimane verde anche durante i periodi di magra, offrendo le sue foglie come foraggio e i suoi semi come nutrimento umano. Non è solo una questione di sopravvivenza, ma di salute: il seme è naturalmente privo di glutine e ricco di ferro, potassio e vitamine.

L'ojushte non è un semplice ingrediente, ma il testimone di una cultura che ha deciso di tornare a nutrirsi della propria storia.

Il festival di quest'anno a Izalco non è stato soltanto una rassegna gastronomica, ma un atto di riconciliazione. Tra musica dal vivo e cerimonie ancestrali, il gesto di Pablo Henríquez e delle donne di San Isidro racconta di un'umanità che, nel momento del bisogno, sa guardare indietro per trovare la strada del futuro. In un mondo che corre verso l'omologazione, il ritorno di un seme antico diventa un gesto di profonda decenza e libertà.