Insieme al fratello Francisco Miguel, Alberto gestisce un'officina che è un archivio vivente di civiltà sovrapposte. Se il padre Paco aveva introdotto la disciplina giapponese del rakú quarant'anni fa, i due fratelli hanno scelto di spingersi ancora più indietro, fino al nono secolo, mantenendo viva la tecnica dei riflessi metallici di origine ispano-araba. Ma è nel recupero dello smalto stannifero che l'opera di Alberto raggiunge la sua forma più pura: un processo che prevede l'aggiunta di ossido di stagno a una base di piombo per creare una superficie bianca, opaca e densa, capace di nascondere il colore rossastro della terracotta e trasformarla in una tela candida per le decorazioni.
Questa ricerca non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di fedeltà alla materia. Úbeda, città dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO, osserva oggi il ritorno di un'estetica che si credeva perduta, mentre il riconoscimento ufficiale di Maestro Artesano da parte della Junta de Andalucía sancisce il valore di questo recupero. Non si tratta solo di produrre oggetti, ma di proteggere una grammatica visiva che ha rischiato di scomparire nel silenzio della storia.
Il gesto più significativo di Alameda risiede nella sua apparente semplicità: la polvere bianca dell'ossido che, sotto l'effetto del calore, si trasforma in uno smalto lucente. È un momento di trasformazione quasi alchemica che richiede una conoscenza profonda delle temperature e dei tempi di raffreddamento. In questa bottega, la modernità non entra come rottura, ma come strumento per onorare il lavoro iniziato da quell'antenato che, nel 1754, fu il primo a segnare il nome della famiglia Alameda nei registri dei ceramisti di Jaén.