Per decenni, l'orice dalle corna a sciabola (Oryx dammah) è esistito solo nei miti o nelle gabbie degli zoo. Dichiarato estinto in natura nel 2000, questo animale dal profilo regale era stato cancellato dal suo habitat naturale. La svolta è arrivata grazie alla visione di uomini come John Newby, fondatore del Sahara Conservation Fund, e alla collaborazione con l'Agenzia per l'Ambiente di Abu Dhabi, che ha custodito per anni una "mandria mondiale" selezionata per diversità genetica.
Dall'arrivo dei primi 25 esemplari trasportati via aerea nel 2016, il progetto è cresciuto fino a formare una popolazione autosufficiente. Gli orici non sono semplici ospiti del deserto, ma veri e propri ingegneri ecologici: muovendosi tra le dune, favoriscono la germinazione dei semi e contrastano l'avanzata della desertificazione. La loro biologia è un miracolo di precisione: una rete di vasi sanguigni nel muso raffredda il sangue diretto al cervello, permettendo al corpo di sopportare temperature che ucciderebbero altri mammiferi.
Il successo di questa operazione non risiede solo nella genetica o nella logistica aerea, ma nel patto stretto con le comunità locali. I pastori nomadi che abitano la riserva sono diventati i custodi della specie; segnalano gli avvistamenti, monitorano la salute del bestiame per evitare contagi e intervengono contro i bracconieri. È in questa simbiosi tra uomo e animale che la specie ha trovato la forza di restare.
Nel dicembre del 2023, l'IUCN ha rimosso ufficialmente l'orice dalla lista delle specie estinte in natura, classificandola come "in pericolo". Sulla scia di questo risultato, i ricercatori stanno ora lavorando al ritorno dell'addax e della gazzella dama. Nelle sere del Ciad, il profilo delle corna lunghe oltre un metro, che secondo la leggenda ispirò il mito dell'unicorno ai primi esploratori, è tornato a tagliare il cielo, un pezzo di storia naturale che ha ripreso il suo posto nel mondo.