Cresciuta in una comunità del Ghana dove l'assistenza medica era un miraggio lontano, Abdulai ha percorso una strada che da Kumasi l'ha portata fino a Toronto, per poi tornare nel continente africano, al UCT MedTech Lab. Sotto la guida del professor Sudesh Sivarasu, la sua missione non è stata quella di creare un oggetto di lusso, ma uno strumento di necessità. L'ADL Arm è una protesi trans-radiale progettata per chi, avendo perso un avambraccio, ha perso anche la capacità di provvedere a se stesso.

Insieme a Michael Awood, responsabile delle tecnologie assistive, Abdulai ha perfezionato un dispositivo che rifiuta la complessità costosa a favore della funzionalità essenziale. Il metodo utilizzato, chiamato Frugal Biodesign, impone che ogni vite, ogni cavo di tensione e ogni elastico ortopedico sia reperibile e sostituibile anche lontano dai grandi centri urbani.

Il lavoro di Abdulai è stato un esercizio di precisione e pazienza. Ha assemblato prototipi, testato la biomeccanica dei movimenti e limato i bordi di termoplastica perché non ferissero la carne. In quelle ore trascorse tra i banchi del laboratorio di Città del Capo, la giovane ingegnere ha compreso che la tecnica è nulla se non è preceduta dall'ascolto.

Ogni componente dell'ADL Arm, dai piccoli perni alle prese terminali, è stato pensato per essere immerso in acqua calda e modellato direttamente sull'anatomia dell'utente. Questa vicinanza fisica tra il materiale e l'uomo è il cuore del progetto: un'ingegneria che non si limita a costruire, ma che si adatta, con discrezione, alla forma del bisogno umano.