Per tre volte Alphonsine ha presentato la sua candidatura per questo incarico, rifiutando con ostinazione la prospettiva di un impiego più remunerativo nelle città o la fuga verso altri continenti che attrae molti suoi colleghi. La sua non è una missione di passaggio, ma una scelta deliberata di restare dove la necessità è più nuda. In un territorio dove le strade da Bangui scompaiono durante la stagione delle piogge e il viaggio può durare quindici ore, la sua presenza colma un vuoto che per molti abitanti della foresta significa la differenza tra la vita e il silenzio.
Lavorando a stretto contatto con le comunità indigene Ba'aka e le popolazioni Bilo, Alphonsine si occupa di screening per la tubercolosi, test per l'HIV e campagne vaccinali. Il suo metodo è fatto di pazienza e musica: attira le persone con il ritmo, poi inizia il dialogo sanitario, traducendo concetti medici complessi in una cura quotidiana fatta di gesti precisi e ascolto.
Le difficoltà tecniche sono costanti e severe. La mancanza di un apparecchio radiografico rende le diagnosi polmonari una sfida di intuito e dedizione, mentre le scorte di farmaci arrivano con il contagocce, seguendo i ritmi incerti della logistica regionale. Alphonsine vede arrivare i bambini troppo tardi, già fiaccati dalla malaria, ma non si arrende al fatalismo. Ogni consultazione è un impegno preso con il proprio giuramento, un atto di cittadinanza umana esercitato sotto il folto delle fronde del bacino del Congo.
Nel suo lavoro si legge la dignità di chi ha capito che la medicina non è fatta solo di macchinari, ma di presenza. In un'epoca di grandi spostamenti professionali, lei ha percorso la strada inversa, portando la sua competenza dove la foresta si fa più fitta e la cura più necessaria.