Per decenni, la medicina ha osservato il glioblastoma come una massa anarchica di cellule impegnate in una divisione frenetica e cieca. Venkataramani, lavorando tra i laboratori dell'Ospedale Universitario di Heidelberg e il Centro Tedesco per la Ricerca sul Cancro, ha spostato lo sguardo oltre il confine della cellula stessa. Utilizzando la microscopia a due fotoni per osservare il tessuto cerebrale in vivo, ha scoperto che il tumore non è un ospite isolato: esso allunga sottili filamenti, chiamati microtubi tumorali, che si connettono ai neuroni sani come parassiti che cercano una presa.
Questi legami non sono semplici contatti fisici, ma vere e proprie sinapsi funzionali. Il tumore, in un gesto di mimetismo biologico, impara a parlare la lingua del sistema nervoso. Esso intercetta i segnali elettrici destinati al pensiero o al movimento e li utilizza per alimentare la propria espansione. La massa tumorale smette così di essere un oggetto inerte e diventa un sistema integrato, un'architettura che sfrutta la vitalità stessa dell'organismo che la ospita.
Questa scoperta scardina il protocollo stabilito nel 2005, che si concentrava quasi esclusivamente sull'inibizione dei percorsi biochimici interni alle singole cellule cancerose. Vedere il tumore come una rete elettrica apre la strada a una classe di trattamenti del tutto nuova, prendendo in prestito strumenti finora riservati all'epilessia o alle malattie neurodegenerative. Si tratta di interrompere il dialogo, di isolare elettricamente la cellula malata prima che possa soffocare quelle sane.
Nel gesto di Venkataramani che riceve il premio, non vi è solo il riconoscimento per una carriera accademica brillante, ma la conferma di un cambio di prospettiva. La ricerca si allontana dall'idea del tumore come nemico estraneo per affrontarlo come un sistema complesso che ha imparato, purtroppo con successo, a farsi parte di noi.