Quella marcia forzata, condivisa da milioni di suoi connazionali, divenne il progetto di una vita. Insieme ad Arthur Musinguzi, ha fondato una realtà che porta il nome di Kaaro, «villaggio» in lingua Runyankole. L’idea è semplice e solida come l’acciaio: recuperare i container marittimi dismessi nel porto di Mombasa, in Kenya, e trasportarli via terra fin dove la strada finisce e inizia l’isolamento.

Oggi, queste strutture dipinte di fresco punteggiano il paesaggio rurale. All’interno, il calore dell’Africa è mitigato dai pannelli solari sul tetto che alimentano frigoriferi per i vaccini e computer. Una sola infermiera del luogo e un tecnico di laboratorio gestiscono la quotidianità, ma quando il caso si fa complesso, uno schermo si illumina: via satellite, uno specialista della capitale Kampala osserva, ascolta e decide, annullando in un istante centinaia di chilometri di boscaglia.

Il modello di Kyomugisha non si limita a fornire medicine, ma affida il destino della clinica alle mani delle donne che la abitano. Le infermiere non sono semplici dipendenti, ma imprenditrici che, nel giro di pochi anni, acquisiscono la proprietà della struttura. È una forma di dignità che si trasmette di mano in mano, rendendo la salute un bene radicato nella comunità stessa.

Recentemente, lo sguardo di Angella si è rivolto alle Isole Ssese, nell’immenso Lago Vittoria. Qui, dove l’unico accesso alle cure dipendeva dal noleggio costoso di imbarcazioni private, sono arrivate versioni galleggianti ed ecologiche dei suoi container. Sulla riva del lago, il rumore sordo del metallo che si posa al suolo segna per molti abitanti il momento in cui la paura di ammalarsi cessa di essere una condanna alla solitudine.