Le due specie appartengono alla sottofamiglia delle Microdontinae, mosche che hanno rinunciato alla propria immagine per assumere quella delle vespe. Non è un capriccio estetico, ma una necessità difensiva: i predatori evitano questi insetti innocui temendo il pungiglione che in realtà non possiedono. Mentre la specie rinvenuta da Sankararaman abita i boschi urbani della capitale, la seconda, identificata da Anooj nelle colline Siruvani dei Ghati occidentali, testimonia la ricchezza ancora inesplorata di uno dei santuari della biodiversità mondiale.
La biologia di questi insetti rivela una specializzazione che rasenta l'implacabile. Le femmine depongono le uova in prossimità degli ingressi dei formicai; una volta nate, le larve, simili a piccoli bruchi senza arti, si infiltrano nel cuore della colonia. Qui, invece di essere attaccate dai soldati, le larve emettono segnali chimici che ingannano le formiche, permettendo loro di nutrirsi indisturbate delle uova e delle larve dei loro ospiti.
Esiste un tratto di profonda malinconia biologica nella fase adulta di queste mosche. Una volta completata la metamorfosi all'interno dei loro involucri resistenti — che i primi tassonomi scambiarono erroneamente per piccoli molluschi terrestri a causa della loro forma a cupola — gli adulti emergono privi di apparato boccale funzionale. Non possono nutrirsi; la loro intera esistenza al di fuori del nido è dedicata unicamente alla riproduzione, consumando le riserve accumulate durante la loro vita clandestina tra le formiche.
Sankararaman e Anooj hanno scelto di dedicare le loro scoperte a Kumar Ghorpade e Menno Reemer, due studiosi che hanno dedicato decenni alla sistematica di questi insetti. È un gesto di continuità che lega il lavoro sul campo tra le colline del Tamil Nadu alla precisione dei laboratori, confermando che anche in una foresta assediata dal traffico cittadino, la natura conserva segreti di una complessità millimetrica.