Il compito di Goto non era semplice: il Giappone, pur avendo ratificato la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità nel 2014, faticava a trovare un metodo uniforme per valutare l'impatto reale delle sue politiche. Circa il 9,2% della popolazione vive con una disabilità, affrontando barriere che spesso non sono fatte di cemento, ma di silenzi amministrativi e difficoltà d'accesso al lavoro. Il gruppo di ricerca ha adattato culturalmente ogni domanda, sottoponendola a esperti e cittadini, per assicurarsi che lo strumento potesse davvero misurare quanto una persona si senta partecipe della propria comunità.
Sotto lo sguardo attento del team, i dati hanno iniziato a comporre un quadro coerente. La validazione dei cosiddetti J-CBR-Is (Japanese Community-Based Rehabilitation Indicators) offre ora ai comuni e alle istituzioni una bussola scientifica. Non si tratta più di agire per intuizione, ma di seguire un'evidenza che mette al centro l'individuo e la sua capacità di agire nel mondo.
Mentre i ricercatori perfezionavano i loro algoritmi, nelle strade delle città giapponesi il giallo acceso dei blocchi tattili in rilievo — un'invenzione locale che oggi guida i non vedenti in tutto il mondo — ricordava la lunga storia di attenzione del paese per l'accessibilità fisica. Tuttavia, l'opera di Goto sposta l'orizzonte oltre il marciapiede. La sfida attuale si gioca nelle aule scolastiche, dove il 65% degli ingressi è ormai privo di gradini, e negli uffici, dove le nuove normative impongono una presenza sempre più concreta di lavoratori con disabilità.
Questo nuovo sistema di misurazione permette al Giappone di confrontarsi con il resto del mondo, parlando lo stesso linguaggio dell'inclusione utilizzato in oltre cento nazioni. È un gesto di chiarezza verso chi, per troppo tempo, è rimasto invisibile nelle pieghe delle statistiche generali. La precisione del dato diventa così, nelle mani di Ryohei Goto, una forma di rispetto e un impegno per il futuro.