Ha cominciato a cinque anni, guidato da Aditya Sabda Anggita allo studio d'arte Madukara. Da allora ha suonato nel suo villaggio, nei paesi vicini, e infine al Pendopo della Reggenza di Pekalongan. In un concorso per giovani dalang è arrivato secondo.
Il mestiere che sta imparando non concede scorciatoie. Il dalang dà voce a ogni personaggio, recita la narrazione, canta i versi che fissano l'atmosfera, i suluk, e lo fa senza copione, attingendo a un repertorio tenuto a memoria. Con l'alluce colpisce il cempala contro la cassa di legno che custodisce le figure, e le piastre metalliche appese danno il tempo all'orchestra.
I compagni di scuola gli hanno detto: «Masih muda kok sudah main wayang kayak orang tua aja» — sei giovane e già fai il teatro delle ombre come un vecchio. Faisyal racconta di non rispondere. Resta calmo e torna ad allenarsi.
La frase è sua, e descrive Gatotkaca nell'episodio del Kawah Candradimuka: il bambino gettato nel cratere ne esce con i tendini di filo metallico e le ossa di ferro. È uno dei brani di prova classici per i giovani dalang, perché le scene di volo — la figura sollevata dal tronco di banano — richiedono una tecnica di movimento rapida e controllata, quella che le giurie osservano per prima.
Faisyal vorrebbe studiare all'Institut Seni Indonesia di Surakarta, uno dei pochissimi atenei indonesiani con un corso di laurea in pedalangan. Cita come ragione una memoria antica: Sunan Kalijaga, che del teatro delle ombre si servì per diffondere il proprio insegnamento.
Petungkriyono è il distretto più alto e più isolato della reggenza, un'area montana che conserva uno degli ultimi lembi di foresta primaria di Giava e una popolazione di gibboni. Da lassù, per arrivare alla tenda di Kajen, si scende trenta chilometri.
«Quello che prima era un neonato all'improvviso diventa grande.»