La metamorfosi della capitale neozelandese non è avvenuta con un gesto eclatante, ma attraverso la pazienza metodica di uomini come James Willcocks, direttore del progetto locale. La strategia ha seguito il ritmo della geografia: i tecnici hanno isolato la penisola di Miramar, trasformandola in un laboratorio a cielo aperto dove ogni ratto, ermellino e opossum è stato rimosso con precisione chirurgica. Una volta messo in sicurezza questo lembo di terra, l'operazione si è spinta verso ovest, verso il cuore dei distretti commerciali e delle zone residenziali, quartiere dopo quartiere.
L'arma più efficace in questa lunga opera di riconquista non è stata la forza, ma l'odore dolciastro del burro d'arachidi. Spalmato su piccole tessere di plastica fissate agli alberi, il burro serve a registrare i segni dei morsi dei mammiferi superstiti, permettendo ai volontari di mappare le ultime sacche di resistenza con una precisione quasi bibliografica. Laddove la tecnologia non arriva, intervengono piccoli terrier addestrati, capaci di fiutare una traccia tra le infrastrutture cittadine con la stessa dedizione di un cercatore d'oro.
Tutto ebbe inizio nel 1999, con la costruzione di una recinzione a prova di predatori lunga quasi nove chilometri nella valle di Karori. Quel progetto, noto come Zealandia, sembrava allora l'utopia di pochi visionari. Eppure, quegli otto chilometri di rete metallica hanno dimostrato che la natura neozelandese possiede una forza elastica: una volta rimosso il peso dell'oppressione, le popolazioni di tūī, kākā e kererū sono esplose, debordando dai confini del santuario per ricolonizzare i giardini privati e i parchi pubblici.
Oggi, la designazione di Wellington come città libera dai predatori non è che il compimento di quel primo atto di fiducia. È la cronaca di una convivenza ritrovata, dove l'abitante della città impara di nuovo a distinguere i voli e le voci di creature che, fino a una generazione fa, sembravano destinate a sopravvivere soltanto nei libri di storia naturale.