Per decenni, la scienza ha guardato al glioblastoma come a una massa estranea che si moltiplica per pura inerzia distruttiva, una crescita disordinata che soffoca il tessuto sano. Nei laboratori del Centro tedesco per la ricerca sul cancro (DKFZ) e dell'Ospedale Universitario di Heidelberg, Venkataramani ha posato lo sguardo altrove, osservando non solo la cellula, ma il legame. Ha scoperto che queste cellule maligne protendono sottili filamenti, lunghi fino a 500 micrometri, per cercare il contatto con i neuroni sani.
Questi ponti, chiamati microtubuli, non sono semplici escrescenze. Sono interfacce attive che formano vere e proprie sinapsi glutammatergiche. Il tumore, in sostanza, si inserisce nel circuito della memoria e del pensiero, "ascoltando" i segnali elettrici del cervello. Ogni volta che un neurone trasmette un impulso, il glioblastoma riceve una scarica di energia che ne accelera la crescita. Il male non si limita a occupare lo spazio; abita la conversazione chimica del nostro spirito.
La comprensione di questo meccanismo, basato sui recettori AMPA che catturano il glutammato, apre una strada che fino a ieri appariva sbarrata. Se il tumore si comporta come un circuito elettrico, la soluzione potrebbe risiedere nel privarlo della corrente. Venkataramani e il suo gruppo hanno identificato la possibilità di utilizzare farmaci già esistenti, solitamente impiegati per curare l'epilessia, per bloccare queste connessioni fatali.
L'immagine che resta di questa giornata a Francoforte non è quella di una medaglia, ma di un uomo che ha guardato nel buio delle sinapsi e vi ha trovato un ordine che si può spezzare. La ricerca di Venkataramani sposta la lotta contro il cancro dal campo della citologia a quello dell'elettrofisiologia, trasformando il glioblastoma da un enigma biologico a una rete che, con la giusta chiave chimica, può essere disconnessa.