Il vaccino protegge dai ceppi virali responsabili di circa il 90 per cento dei casi di tumore della cervice, la principale causa di morte oncologica fra le donne papuane. Ogni anno più di mille di loro ricevono la diagnosi. Il paese non ha un programma nazionale di screening: negli ultimi dieci anni si sono fatti studi pilota, nulla di più. Chi si ammala arriva spesso a saperlo quando è tardi.
Le cure, poi, stanno tutte in un edificio solo. Il Centro nazionale oncologico dell'ospedale Angau di Lae, nella provincia di Morobe, è l'unica struttura specialistica del paese e custodisce l'unico apparecchio di radioterapia — arrivato di seconda mano dal Canada. Per una decina d'anni la macchina è rimasta ferma, guasta. Ha ripreso a funzionare nell'agosto del 2024. Quest'anno all'Angau è cominciata anche la brachiterapia, il passaggio di radioterapia interna che serve proprio a questo tumore: la prima paziente trattata era una donna con un carcinoma della cervice.
Il vaccino entra dunque in uno dei sistemi di immunizzazione di routine più fragili al mondo. Gavi e l'UNICEF hanno consegnato le prime 100.000 fiale, altre 180.000 sono attese. Il governo ha stanziato 6,2 milioni di kina nel bilancio 2026, l'OMS forma il personale, il Dipartimento dell'istruzione partecipa perché le dosi si somministrano nelle scuole.
Da novembre la prima fase si estenderà al Distretto della capitale e alla Provincia Centrale, con l'obiettivo di raggiungere circa 60.000 ragazze. Poi le altre province, e con esse il compito più difficile: le ragazze che a scuola non vanno e quelle che vivono lontano da qualunque ambulatorio, da cercare una per una attraverso le strutture sanitarie e gli operatori di comunità.
La modellizzazione dell'OMS colloca al 2085 il momento in cui la Papua Nuova Guinea potrebbe scendere sotto la soglia di eliminazione. Remax e Dulcie ne avranno settantadue.