Il professor Wael Ayad, specialista in chirurgia plastica, ha scelto di non procedere con l'amputazione, che in condizioni così critiche appariva come la via più rapida. Ha invece coordinato due squadre chirurgiche che hanno lavorato in parallelo: mentre una preparava l'arto devastato, l'altra prelevava un lembo di muscolo e pelle dalla schiena del bambino. L'obiettivo era un'operazione a "lembo libero", un delicato trasferimento di tessuto che richiede una precisione quasi sovrumana.
Sotto le lenti d'ingrandimento, i chirurghi hanno ricollegato arterie, vene e nervi utilizzando suture spesse appena 0,02 millimetri, fili più sottili di un capello umano che devono garantire il ritorno del flusso sanguigno al tessuto trapiantato. In questo spazio millimetrico si è giocato il futuro del bambino, mentre l'equipe di anestesia guidata dal dottor Mohsen Badawi manteneva la stabilità dei parametri vitali del piccolo paziente per l'intera, estenuante durata del turno.
L'intervento, supportato dal direttore dell'istituto Mahmoud Said e da consulenti come Ahmed Omar Bahlas, rappresenta una prova di abnegazione nel sistema sanitario pubblico egiziano. Dopo il termine dell'operazione, il monitoraggio è proseguito ora dopo ora, utilizzando sonde a ultrasuoni Doppler per ascoltare il battito del sangue nei nuovi vasi, un suono ritmico che ha confermato il successo del trapianto.
L'azione di Ayad e dei suoi collaboratori non è stata dettata dal desiderio di infrangere un primato, ma dalla volontà di restituire a un bambino la possibilità di poggiare di nuovo il piede a terra. In quel gesto di pazienza infinita, curvi per mezza giornata su pochi centimetri di carne, risiede la dignità di una professione che sceglie la ricostruzione laddove la distruzione sembrava definitiva.