Il progetto, guidato dal gruppo di ricerca GITEA dell'Escuela Superior Politécnica de Chimborazo, si è concluso con un gesto di fiducia concreta. Per anni, i ricercatori hanno lavorato sul miglioramento genetico del Prunus serotina, il ciliegio nero dell'Ande, cercando di restituire vigore a una specie che definisce il paesaggio e l'economia delle zone rurali. Queste piante non sono semplici prodotti di laboratorio, ma esseri viventi selezionati per resistere alle condizioni severe delle alture, dove l'aria è sottile e il terreno porta ancora i segni delle antiche eruzioni.
Nelle valli interandine, il capulí è molto più di un albero fruttifero. Le sue radici profonde agiscono come ancore silenziose, stabilizzando i terrazzamenti agricoli contro l'erosione causata dalle piogge e dal vento, in un territorio dove la cenere del vulcano Tungurahua ha stratificato il suolo nel corso dei decenni. La sua presenza garantisce la sicurezza alimentare e offre agli artigiani un legno dalla venatura fine, ideale per la costruzione di mobili che durano generazioni.
Il momento del raccolto, tra i mesi di febbraio e marzo, coincide con la festività del Pawkar Raymi. È in questo periodo che le drupe scure, quasi nere, vengono trasformate nel jucho, una bevanda tradizionale che viene consumata bollendo il frutto intero. La distribuzione di queste 1.000 piante rappresenta dunque la salvaguardia di un rito che lega la terra alla tavola, la scienza della conservazione alla memoria dei padri.
Carlos Jara ha sottolineato come l'unione tra la ricerca accademica e il lavoro sul campo sia l'unico modo per proteggere la biodiversità locale. Mentre le ultime piante venivano caricate sui furgoni diretti alle parrocchie rurali, il rigore della tecnica ha ceduto il passo alla soddisfazione umana di chi sa che, in quelle valli, il colore rosso cupo del capulí tornerà a segnare il ritmo delle stagioni.