Il professor Mauro Ferrari, oggi alla guida della Fondazione Tech Care, ha voluto che questa sesta edizione del festival non fosse una semplice esposizione di macchine, ma un incontro tra persone. La manifestazione, che dal 2026 porta ufficialmente il nome di Franco Mosca, onora la memoria del chirurgo che per primo in Italia, nel 1999, affidò il bisturi alla precisione millimetrica di un robot. Eppure, il rigore della sala operatoria lascia qui il posto alla libertà del gioco: il festival si apre all'età evolutiva, coinvolgendo direttamente le associazioni dei familiari nella progettazione di esperienze interattive.

Nelle aree del Centro Olimpico, i laboratori scolastici e gli spazi espositivi accolgono esoscheletri e protesi progettati non per sostituire l'uomo, ma per ampliarne le possibilità. I ricercatori dell'Istituto di BioRobotica di Pontedera portano in campo dispositivi come il CareToy, una palestra per neonati che, sotto le spoglie di un tappeto colorato, nasconde migliaia di sensori capaci di leggere e stimolare lo sviluppo motorio fin dai primi mesi di vita.

La forza di questo appuntamento risiede nella normalità del contatto. Non vi sono barriere tra i bambini che corrono e quelli che si muovono su una sedia a rotelle; entrambi interagiscono con macchine progettate per rispondere a diversi profili sensoriali e cognitivi. È una visione che trasforma la robotica da fredda disciplina accademica a strumento di cura umana, unendo le eccellenze della Scuola Superiore Sant'Anna e dell'Università di Pisa con la realtà quotidiana dell'IRCCS Stella Maris.

L'immagine che resta, al termine di queste giornate tra i padiglioni del litorale, è quella di un progresso che ha smesso di guardare solo verso l'alto o verso il profitto, per chinarsi all'altezza degli occhi di un bambino. In quel gesto di afferrare un comando o di seguire il passo di un automa, si realizza la promessa più autentica della tecnica: il superamento della solitudine attraverso la condivisione di uno spazio e di un tempo comuni.