L'inaugurazione dell'Universidad de las Lenguas Indígenas de México (ULIM) non è nata da un ordine calato dagli uffici governativi della capitale, ma da una lunga conversazione. Regino Montes, direttore dell'Istituto Nazionale dei Popoli Indigeni, ha camminato per i sentieri di Milpa Alta ascoltando le autorità locali Nahua prima di posare la prima pietra. Questa istituzione è il risultato di un patto: la terra in cambio della sopravvivenza di una cultura che rischia di svanire con l'ultima generazione di anziani.

I primi 50 studenti, arrivati da quattordici stati diversi del Messico, si muovono ora in un luogo dove il loro idioma non è un retaggio folkloristico, ma una disciplina accademica. Bertha Dimas, coordinatrice del progetto, osserva questi giovani con la consapevolezza di chi sa che ogni lingua che muore è un modo unico di percepire il mondo che si chiude per sempre. Qui si studia per diventare traduttori, interpreti e scrittori, affinché il diritto alla parola non sia un privilegio riservato a chi parla solo lo spagnolo.

La vita quotidiana nell'università è scandita da un ritmo antico e moderno insieme. Gli studenti non si limitano alle aule, ma tornano nelle comunità per sviluppare progetti che riaccendano l'uso del Mixteco, dello Zapoteco o del Maya tra i bambini. È una scommessa contro il tempo e l'emigrazione economica, un tentativo di restituire dignità a suoni che per secoli sono stati spinti ai margini del discorso pubblico.

L'università non è una creazione unilaterale dall'alto, ma il respiro di un popolo che ha chiesto di essere ascoltato.

Mentre il sole tramonta dietro le vette che circondano il campus di Santa Ana Tlacotenco, il silenzio della montagna viene interrotto dal mormorio di lezioni tenute in lingue che hanno resistito a secoli di oblio. Quel terreno, un tempo destinato solo alla semina, ora produce una forma diversa di sostentamento: la certezza che nessuna voce, in Messico, debba più essere l'ultima a parlare la propria lingua.