Il professor Wael Ayyad, capo del reparto di chirurgia plastica, ha compreso immediatamente che ogni minuto di esitazione avrebbe condotto inevitabilmente all'amputazione. Alle 10:30 di una domenica mattina, il bambino è stato portato in sala operatoria, dove l'équipe si è divisa in due gruppi coordinati: mentre una parte dei chirurghi preparava la zona ferita, l'altra prelevava un lembo di tessuto muscolare e cutaneo dalla schiena del piccolo paziente per sostituire quello andato distrutto.

Il lavoro si è svolto in un silenzio teso, interrotto solo dal ronzio degli strumenti. I chirurghi vascolari, ortopedici e plastici hanno operato fianco a fianco, chinati sul microscopio operatorio per riconnettere vasi sanguigni dal diametro inferiore a quello di un chicco di riso. I punti di sutura, più sottili di un ciglio umano, venivano mossi da mani che non potevano permettersi il minimo tremore, in una geometria invisibile a occhio nudo.

Dopo dodici ore di sforzo collettivo, il momento della verità è giunto nel silenzio della sala: i chirurghi hanno rimosso i morsetti e hanno atteso. Lentamente, il colore è tornato al piede e il calore ha ripreso a diffondersi lungo l'arto ricostruito, segno che il sangue aveva ripreso a scorrere attraverso le nuove connessioni. Il bambino è stato poi trasferito nel reparto di cure pediatriche, affidato alle cure post-operatorie e a un programma di riabilitazione.

In questa struttura affacciata sulla riva del Nilo, che dal 1987 accoglie i casi più difficili del Delta, l'atto di un gruppo di medici ha trasformato un destino che pareva segnato in una possibilità di futuro. Non ci sono stati proclami, solo il gesto preciso di chi ha scelto di restare chino su un lembo di carne fino a quando la vita non vi ha fatto ritorno.