La storia di questo anfibio è legata a un gesto di cura biologica unico in natura: il maschio della rana di Darwin custodisce i girini all'interno del proprio sacco vocale, proteggendoli fino alla metamorfosi. È questa immagine di riparo che nel 2015 spinse Valenzuela a fondare la ONG Ranita de Darwin. Oggi, la specie meridionale sopravvive in circa 56 popolazioni isolate tra Concepción e Aysén, spesso composte da meno di cento individui che si mimetizzano tra le foglie secche grazie a un muso triangolare e a una colorazione che imita il sottobosco.

Il piano RECOGE, il primo in Cile dedicato esclusivamente agli anfibi, prevede undici linee d'azione che spaziano dal monitoraggio delle malattie alla creazione di aree protette. La sfida più ardua riguarda la Rhinoderma rufum, la specie settentrionale che un tempo abitava la costa centrale. Se non verrà rintracciata una popolazione vitale, la sua perdita rappresenterebbe la prima estinzione documentata di un animale nativo cileno in epoca moderna.

Oltre alla frammentazione dell'habitat, causata dalla sostituzione dei boschi nativi con piantagioni industriali di pini ed eucalipti, queste rane combattono contro un nemico invisibile: il fungo Batrachochytrium dendrobatidis. Questo patogeno ispessisce la loro pelle delicata, impedendo la regolazione osmotica. Quando si sente minacciata, la rana di Darwin non fugge; si ribalta sul dorso, mostrando il ventre macchiato di bianco e nero — un disegno unico per ogni individuo, come un'impronta digitale — restando immobile in una rassegnata attesa.

La firma del decreto non è solo un atto burocratico, ma la scelta di non permettere che quel fischio sottile svanisca per sempre dalle foreste di faggi australi. Con il supporto di centri di conservazione a Santiago e Concepción, l'opera di Valenzuela cerca di trasformare la fragilità di un anfibio lungo appena tre centimetri nella misura della responsabilità umana verso ciò che è piccolo e quasi invisibile.