Per Jorge Servín, ricercatore della UAM Xochimilco e veterano della conservazione, questo viaggio non è stato solo un trasferimento logistico. Ha seguito il branco lungo l'intero tragitto, partendo dal confine con gli Stati Uniti a Ciudad Juárez, prima a bordo di un velivolo e poi via terra, sorvegliando il respiro e i movimenti dei quattro esemplari. Questa famiglia di Canis lupus baileyi — il lupo più piccolo e geneticamente distinto del Nord America — rappresenta l'avanguardia di un ritorno atteso per generazioni.

Il reinsediamento non è stato un atto imposto dall'alto, ma il frutto di un accordo umano. La comunità di El Tarahumar y Bajíos del Tarahumar ha votato in un'assemblea unanime per accogliere nuovamente il predatore. In un'epoca di conflitti tra pastorizia e natura, la scelta degli abitanti di Durango di condividere il proprio bosco segna un momento di rara intesa tra l'uomo e l'ecosistema che lo circonda.

La sopravvivenza di questa sottospecie è rimasta appesa a un filo sottilissimo. Negli anni Settanta, dopo decenni di persecuzioni e veleni, il lupo messicano era virtualmente estinto in natura. Tutto ciò che esiste oggi è stato ricostruito a partire da sette esemplari sopravvissuti, un patrimonio genetico custodito con cura meticolosa in centri di riproduzione. Servín e i suoi colleghi hanno lavorato per anni nell'ombra dei laboratori e dei recinti, affinché un giorno questi animali potessero dimenticare la mano dell'uomo e tornare a cacciare cervi e peccari tra le querce.

Ora, nel recinto di pre-rilascio a Durango, i quattro lupi vengono monitorati tramite radiotelemetria. Non c'è fretta: il tempo della montagna è diverso da quello degli uffici governativi. Mentre i ricercatori osservano i segnali dei collari satellitari, il branco inizia a marcare il territorio, incidendo di nuovo, con ogni passo, la propria presenza in una terra che li aveva dimenticati.