Prima di arrivare a Juba, Beatrice insegnava nella scuola primaria Sacred Heart nella contea di Magwi. Ricorda bene il silenzio delle aule, non quello della disciplina, ma quello delle assenze: i bambini con disabilità, semplicemente, non c'erano. Sapeva che esistevano, nascosti nelle case delle comunità rurali dell'Equador Orientale, ma la mancanza di strumenti comunicativi li rendeva invisibili al sistema scolastico. Restavano a casa perché non c'era nessuno capace di ascoltarli o di guidare le loro dita su una pagina in rilievo.
Oggi Beatrice è parte di una trasformazione silenziosa ma radicale. Insieme ad altri milleduecento colleghi, sta seguendo un percorso di nove mesi per padroneggiare la lingua dei segni sud sudanese e il braille. Non si tratta solo di una competenza tecnica, ma di un atto di civiltà che mira a riportare a scuola circa 135.000 studenti, molti dei quali sono sfollati o reduci dai conflitti che hanno segnato il paese.
Il lavoro di Beatrice e dei facilitatori come Peter Kachinga affronta una sfida complessa: la standardizzazione di una lingua. Storicamente, i sordi in Sud Sudan utilizzavano segni importati dai paesi vicini dai rifugiati di ritorno, o varianti locali legate alla vita rurale. Ora, i nuovi insegnanti apprendono un lessico che include termini specifici per l'allevamento del bestiame e l'agricoltura locale, elementi vitali dell'identità nazionale, permettendo così agli studenti di partecipare pienamente alla vita della loro comunità.
Mentre i materiali in braille vengono ancora trascritti con pesanti macchine manuali Perkins degli anni Settanta, il vero cambiamento avviene nel gesto umano. Quando Beatrice tornerà nella sua provincia, non porterà con sé solo manuali, ma la capacità di riconoscere e accogliere chi finora era stato escluso. La sua determinazione trasforma l'aula in un luogo dove il diritto di imparare non dipende più dalla capacità di sentire o di vedere, ma dalla presenza di un insegnante che sa come parlare al cuore e alla mente di ogni bambino.