Anni dopo, su un palco di Abidjan, in Costa d'Avorio, quel ragazzo ormai laureato ha presentato il progetto nato proprio da quella mancanza. La giuria della giornata conclusiva della Pan-African Yango Fellowship 2026 gli ha assegnato il premio per il miglior progetto individuale e 1.500 dollari.

Il progetto si chiama RoboCore Zambia: una piattaforma di robotica progettata in Zambia, pensata per costare poco e per portare nelle classi un tipo di scienza che si impara con le mani. Mwepu non la descrive come un'invenzione, ma come un debito saldato con il ragazzo che era.

La piattaforma ha preso forma nelle dodici settimane della fellowship, che ha riunito 24 giovani provenienti da sei paesi africani con un compito preciso: costruire soluzioni tecnologiche radicate nei luoghi da cui venivano. Per Mwepu quel luogo è la provincia del Copperbelt, il cuore minerario dello Zambia, dove si estrae la maggior parte del rame che da solo vale circa il 70% delle esportazioni del paese.

È lì, a Kitwe, che ha studiato, dopo la scuola secondaria di Chinika. Ed è lì che ha trovato gli strumenti che da bambino aveva solo visto: il Mukuba UniPod, uno spazio universitario per costruire prototipi, con stampanti 3D e banchi per l'elettronica, nato da un programma dell'UNDP per le startup africane. Mukuba, in lingua bemba, significa rame.

Il suo percorso passa anche per altre porte aperte da altri: FIRST, l'organizzazione americana che da decenni porta le gare di robotica nelle scuole, Africa Code Week, Asikana Network, American Spaces, Genius Education Zambia, la Junior Medical Academy. Ognuna gli ha dato un pezzo di ciò che ora vuole restituire.

Il premio, in sé, è piccolo. Conta di più l'idea che lo accompagna: che il prossimo ragazzo del Copperbelt curioso di sapere come funziona un motore o un sensore possa aprirne uno sul banco di scuola, invece di guardarlo in un video.

«RoboCore Zambia esiste per colmare quel divario, perché il prossimo studente che vuole costruire qualcosa non debba aspettare l'occasione che io ho rischiato di non avere.»