La città sulla baia, venti chilometri a nord di Wellington, ha scelto quest'anno il tema Te Reo Towns: portare la lingua fuori dalle aule, dentro le biblioteche, i mercati, i parchi. È la formula lanciata a livello nazionale da Te Taura Whiri i te Reo Māori, la commissione per la lingua māori, insieme a Te Mātāwai, sotto lo slogan "Ake, Ake, Ake — una lingua per sempre".

Per una settimana Porirua ha fatto esattamente questo. Sessioni bilingui di ginnastica per l'infanzia. Un'edizione speciale di Story World alla biblioteca del centro. Waiata per neonati e chi li accompagna. Un incontro sull'esposizione al Pātaka, un laboratorio per costruire poi, e venerdì il Pacific Night Market declinato in te reo. Il Te Rōpū Kapa Haka del Porirua College ha accompagnato con canto e danza. La sindaca Anita Baker, il curatore e consigliere culturale Te Rauparaha Horomona, Jarom Hippolite e Taku Parai hanno partecipato agli appuntamenti lungo tutti i giorni.

Che il mercato pacifico entrasse in un programma dedicato al māori non è una forzatura, ma un ritratto della città: dei 59.445 residenti censiti nel 2023, il 23 per cento si identifica come māori e il 26,5 per cento come pacifico — la quota più alta di ogni città neozelandese fuori da Auckland.

Quella petizione è la ragione per cui la settimana cade sempre a metà settembre. Il 14 settembre 1972 Ngā Tamatoa, la Te Reo Māori Society dell'università Victoria di Wellington e l'associazione studentesca Te Huinga Rangatahi consegnarono a Parlamento Te Petihana Reo Māori, che chiedeva una cosa concreta: che le scuole con molti alunni māori insegnassero la lingua. Quel giorno divenne Giornata della lingua māori; dal 1975 una settimana intera. Il riconoscimento ufficiale arrivò nel 1987.

I numeri dicono che i parlanti aumentano, ma che tra i māori la proporzione resta quasi ferma dov'era un decennio fa. È il motivo per cui l'arena porta il nome di Te Rauparaha, il capo che guidò Ngāti Toa verso sud negli anni Venti dell'Ottocento, e per cui il museo accanto si chiama pātaka, il magazzino rialzato su pali intagliati che teneva il cibo lontano da terra: si conserva ciò che si vuole ritrovare.

Quel lunedì mattina il magazzino era una canzone, e gli studenti dell'Aotea College la stavano consegnando a chi verrà dopo di loro.