Novantotto persone — archeologi, topografi, conservatori, fotografi, ingegneri civili, operai, tutti peruviani — hanno lavorato al progetto del Ministero della Cultura. Hanno recuperato i resti di trentotto individui con scheletri completi, armi in metallo, oggetti in rame e oro, gioielli, tessuti colorati e circa duecento ceramiche nere dipinte di pigmento rosso.

Poi la figura principale. Le ossa mostrano segni di manomissione successiva alla sepoltura, e il corpo giaceva completamente disteso — non flesso né seduto, come i Chimú deponevano i loro morti. Meneses non parla di profanazione: nelle Ande, dice, «si spostavano le mummie». Il corpo poteva essere stato mosso da chi lo venerava.

Su alcuni resti c'è una colorazione rossa che i ricercatori sospettano sia cinabro. Le analisi di laboratorio devono arrivare prima delle piogge di novembre. Se la conferma arriverà, seguirà il precedente della Señora de Cao, la sepoltura moche di El Brujo a sessanta chilometri da qui, dove la polvere rossa risultò solfuro di mercurio. Il cinabro non ha giacimenti sulla costa peruviana: il più vicino è a Huancavelica, oltre seicento chilometri nell'entroterra.

Il valore della scoperta sta nel contesto. Quasi tutto ciò che si sapeva delle sepolture d'élite chimú veniva da piattaforme saccheggiate, collezioni private e depositi museali: oggetti senza posizione, senza relazioni, senza la sequenza che racconta chi era deposto accanto a chi. Un inventario spagnolo del Cinquecento registra per una sola tomba di Chan Chan oro equivalente a ottantamila pesos.

Gabriel Prieto, antropologo dell'Università della Florida che ha diretto gli scavi di Huanchaquito-Las Llamas nella stessa valle, l'ha definita «la scoperta del decennio»: per la prima volta, dice, gli archeologi possono vedere una sepoltura d'élite chimú.

Chan Chan fu fondata intorno all'850 e cadde sotto Topa Inca Yupanqui verso il 1470, quando l'ultimo sovrano Minchancaman fu portato a Cusco e i suoi orafi con lui. Da allora l'adobe resiste al vento e si scioglie sotto El Niño. Sotto quella superficie friabile resta il novantatré per cento della città.