Ciò che Wear aveva davanti agli occhi non era una semplice foresta d'alghe, ma un unico essere vivente. Le analisi genetiche condotte dalla University of Western Australia hanno rivelato che l'intera distesa è un clone singolo, nato da un unico seme quattromilacinquecento anni fa. Dotata di un genoma doppio, con 40 cromosomi, questa pianta sterile è cresciuta centimetro dopo centimetro, stendendo i suoi rizomi sul fondale oceanico per coprire 200 chilometri quadrati.
Quando il 25% di questo organismo è morto a causa delle temperature che hanno toccato i 29 gradi Celsius, Wear non si è limitato a osservare il declino. Ha notato un dettaglio tra i sedimenti: i cetrioli di mare, creature che i dugonghi disdegnano, continuavano a prosperare. Muovendosi con lentezza metodica sul fondo, questi invertebrati rimescolano il sedimento, arricchendolo e creando le condizioni ideali affinché i rizomi della Posidonia possano tornare a correre sul suolo marino.
Per sostenere l'opera di restauro, Wear ha unito la sapienza ancestrale alla necessità del mercato. Attraverso la sua impresa, Tidal Moon, i cetrioli di mare vengono raccolti e trasformati in trepang, un prodotto pregiato destinato ai mercati di Singapore e della Cina. I proventi di questo commercio, che riecheggia gli scambi secolari tra i pescatori di Makassar e le popolazioni indigene australiane, finanziano oggi il monitoraggio dell'habitat e il ripristino manuale della prateria.
Mentre Wear maneggia uno di questi invertebrati, sentendone la consistenza umida e gommosa tra le dita, compie un gesto di cura verso un gigante che non può difendersi da solo. Se la Posidonia dovesse scomparire, con lei svanirebbero i dugonghi che ne traggono sostentamento e il carbonio imprigionato da millenni verrebbe restituito all'atmosfera. In questo angolo di mondo iscritto nel patrimonio UNESCO, la sopravvivenza di un titolare millenario dipende ora dalla pazienza di un uomo e dal lavoro invisibile di piccoli esseri che strisciano sul fango.