Luciana Flores López ha 60 anni e lavora come artigiana. Viene da una comunità quechua nella regione di Cusco. Da bambina non andò a scuola perché nel suo villaggio una scuola non c'era. Mezzo secolo dopo ha ricevuto il diploma.
Epifanía Juanita Huamán Guevara, 58 anni, ha imparato a leggere da adulta, e aveva un motivo molto pratico: voleva gestire da sola il proprio denaro e aiutare i figli. Donato García Juan de Dios, 70 anni, ha studiato mentre si curava per un cancro. Durante la convalescenza ha imparato anche a usare un tablet. Lo schermo gli è servito per studiare nei mesi in cui la malattia lo costringeva a stare fermo.
Poi c'è Lidia Mendoza Pacaya, 44 anni. A luglio ha finito le superiori, aiutata dal suo datore di lavoro. Il risultato più importante, secondo lei, è arrivato dopo: sua figlia, vedendola, è tornata a scuola.
La cerimonia è stata organizzata dal movimento di imprese Es Hoy e dalla Fundación Dispurse. Le due organizzazioni gestiscono un programma di alfabetizzazione, le Scuole Comunitarie Aperte e il programma ¡EPA!, che sta per Educación para Adultos. Il loro lavoro affianca quello dello Stato. In Perù chi non ha finito la scuola può seguire un percorso pubblico separato, l'Educación Básica Alternativa, con orari flessibili pensati per chi lavora.
I numeri seguono linee precise. In Perù l'analfabetismo colpisce soprattutto le donne delle zone rurali e chi parla una lingua indigena. Il quechua, lingua madre di circa 3,7 milioni di peruviani, è la più diffusa di queste lingue. La storia di Luciana Flores López ne è un esempio concreto: una bambina, una comunità di montagna e nessuna scuola a cui andare.
Dopo la cerimonia i diplomati e le loro famiglie sono saliti su un Mirabus, un autobus scoperto, per un giro di Lima. Sono passati per la Costa Verde, il Parque Chino e il Parque del Amor. Si sono fermati anche alla Huaca Pucllana, una piramide di argilla costruita dalla cultura Lima quindici secoli fa. I costruttori sistemarono milioni di piccoli mattoni di adobe fatti a mano in file verticali, lasciando uno spazio tra l'uno e l'altro. Gli archeologi chiamano questo metodo «a libreria», perché i mattoni stanno in piedi come i libri su uno scaffale.