Bennett è la terza donna a ricoprire il ruolo di Tumu, la guida spirituale e tecnica della scuola, succedendo a Edna Pahewa in una linea di discendenza che risale alla fondatrice Emily Schuster. La selezione dei pochi allievi ammessi ogni anno non è un semplice atto burocratico; richiede l'appoggio delle proprie tribù d'origine, le iwi, e l'impegno solenne a riportare la conoscenza nei propri villaggi una volta completato il percorso biennale. Non si insegna solo la tecnica del raranga, la tessitura, ma il respiro di una cultura che ha trovato nella continuità del gesto la sua forma di resistenza.
Il processo inizia nel giardino, rispettando il ciclo vitale della pianta di harakeke. Gli allievi imparano a recidere solo le foglie esterne, lasciando intatto il nucleo centrale per non interrompere la crescita della pianta. Usando una conchiglia di muscolo affilata, la kuku, i tessitori raschiano via l'epidermide verde per rivelare il cuore argenteo della fibra, il muka. È un lavoro di pazienza e precisione, dove la forza del materiale si fonde con la delicatezza del tocco umano.
Per ottenere i colori della terra, gli studenti si affidano alla chimica naturale del paesaggio geotermale di Te Puia. Le fibre vengono bollite nelle sorgenti calde naturali e successivamente immerse nel paru, un fango ricco di ferro che affiora dalle paludi locali, per ottenere un nero assoluto e persistente. Le tonalità rossastre e brune vengono invece estratte dalla corteccia degli alberi di tānekaha.
In questo piccolo laboratorio circondato dai geyser, l'atto di tessere diventa un ponte tra i secoli. Quando un diplomato lascia la scuola portando con sé la propria opera finale, non porta solo un oggetto di artigianato, ma la capacità di ricostruire l'identità della propria comunità. La precisione di Meleta Bennett e delle sue allieve assicura che ogni nodo e ogni trama rimangano fedeli a un disegno che precede la loro stessa esistenza, rendendo l'antico nuovamente presente.