Il terremoto di Al Haouz ebbe il suo epicentro a Ighil, un comune rurale a circa settanta chilometri a sud-ovest di Marrakech, con una magnitudo tra 6,8 e 6,9. Le cifre ufficiali contano 2.960 morti e oltre cinquemila feriti. Decine di migliaia di case, disperse nei villaggi di montagna, crollarono del tutto o in parte.

Naji conosce queste montagne da quasi venticinque anni. Ha studiato architettura a Parigi, ha un dottorato in antropologia e dal 2008 vive a Tiznit, nel sud del Paese. Il suo lavoro è sempre stato lo stesso: salvare le tecniche della pietra e della terra prima che scompaiano. Per il Ministero dell'Interno ha restaurato due granai collettivi, gli igoudar, ad Amtoudi, e ha riabilitato lo Ksar di Assa. In quei cantieri ha insegnato a muratori e manovali del luogo i gesti che i loro nonni conoscevano, un lavoro che l'ha portata tra i finalisti dell'Aga Khan Award for Architecture.

Dopo il sisma, questa esperienza è diventata urgente. Naji ha partecipato alla ricostruzione di diversi villaggi e di una scuola nella regione di Marrakech. Per lei la terra battuta non è una scelta estetica né nostalgica: è il materiale che le comunità sanno lavorare, riparare e tramandare.

Lo Stato ha stanziato fondi per circa 4,2 milioni di abitanti e ha promesso aiuti mensili alle famiglie colpite. La ricostruzione procede in fretta. Il rischio, in una corsa del genere, è che il cemento sostituisca in pochi anni un sapere costruito in molti secoli. Il lavoro di Naji e Bah tiene insieme le due cose: la sicurezza che i calcoli garantiscono e la continuità che solo le mani dei muratori locali possono dare.

Pochi giorni fa, a Parigi, l'Institut du Monde Arabe le ha assegnato il Grand Prix dei suoi Design Awards per il Centro di interpretazione del patrimonio di Tiznit. L'edificio sorge dentro le mura della città, erette nel 1810, ed è costruito interamente in terra battuta, con legno, pietra e soffitti di tataoui, intrecci di canne e rami.

Nella valle dell'Ourika, intanto, i muri continuano a salire. Sono fatti della stessa terra su cui poggiano.

Non si tratta soltanto di ricostruire, ma di preservare un tessuto sociale e un sapere collettivo.