Il sistema si chiama scambio reciproco di lavoro, e il principio sta in una frase che Jean Bourgou ripete senza enfasi: oggi da te, domani da me. Nulla di scritto, nessun salario. La rotazione si sposta di campo in campo per tutta la stagione delle piogge, perché il riso di ogni famiglia venga messo a dimora in tempo. Le giornate si chiudono con un pasto in comune.
«Quando siamo in molti, il lavoro avanza in fretta», dice Gabdaa. «Ciò che sarebbe difficile per una persona sola diventa molto più facile quando ciascuno porta la sua forza.» Desire Lankoande lo spiega da agricoltore: la pratica accorcia i ritardi e favorisce una crescita regolare delle piante. Albert Bourgou parla invece di onore — lavorare nei campi dei suoceri è una cosa che si fa volentieri.
Nella stessa stagione, una quarantina di giovani volontari si sono presentati sul campo di Guibougou Dingaba. E Gori Tindano, giovane agricoltore del vicino villaggio di Siedougou, che coltiva da circa un anno e mezzo un appezzamento di 0,18 ettari, dice che senza questo lavoro collettivo la sua risaia semplicemente non esisterebbe.
Il campo di Gabdaa appartiene a quella che gli agronomi burkinabè chiamano risicoltura di bas-fond: depressioni che si allagano stagionalmente con le acque di ruscellamento, coltivate senza controllo idrico o con semplici argini di contorno. È la forma di coltivazione più esposta e la meno assistita da macchine. Il trapianto resta la fase più esigente dell'intero ciclo, e il fango non consente scorciatoie.
Il paese non produce abbastanza riso per sé: circa 520.000 tonnellate di risone su 230.000 ettari nel 2023, contro un consumo nazionale vicino al milione di tonnellate. Le importazioni coprono quasi il sessanta per cento della domanda. In questo divario, ogni ettaro piantato in tempo pesa.
La pratica ha nomi diversi a seconda delle lingue — sosoaga nelle zone di lingua moore, koosin presso i Bwa a ovest — e una storia lunga. Nel 1967 il maestro Bernard Ledea Ouedraogo costruì sulle antiche associazioni di lavoro dei villaggi la federazione dei gruppi Naam, che nel giro di un decennio contava a Yatenga oltre 2.500 gruppi e 160.000 membri. Ma a Manni non serve una federazione. Serve che qualcuno apra il campo prima dell'alba e che gli altri arrivino.
Ciò che sarebbe difficile per una persona sola diventa molto più facile quando ciascuno porta la sua forza.